Fatevi un giro tra i bidoni blu

January 5th, 2012

Goodwill outlet

Tutte le volte che torno in Italia mi ritrovo, volente oppure no, in conversazioni nelle quali alcuni individui sembrano conoscere gli Stati Uniti da cima a fondo semplicemente con un paio di viaggi come turisti (Sai, io sono stato anche a San Diego!).
Vivo qui da 4 anni circa e devo dire che ogni tanto mi rendo conto di quanto non conosca affatto questo paese.

L’ultima esperienza che mi e’ capitata sono i cosiddetti “bidoni blu”. Vi sara’ capitato di vedere alcuni thrift stores e consignments stores, soprattutto Goodwill, che e’ un colosso presente negli USA ed altri 15 paesi. La prima volta che ho visitato Goodwill mi sono chiesto chi mai avrebbe potuto comprare qualcosa in quel negozio. Dopo alcuni mesi mi sono trovato a comprare qualcosa. Poi a donare e poi ancora a sostenere il modello in se, da buon “alternativo”.

I bidoni blu sono un’altra bestia. Chiaccheravo con un amico il quale mi diceva di un luogo speciale per il people watching. U luogo dove ogni tanto ci portava una ragazza per un appuntamento, per stupirla. Il mio cervello pensava a qualche bar sulla 23esima ma mi sbagliavo di grosso. Tim mi parlava dei bidoni blu di Goodwill. In sostanza tutto quello che non viene venduto, che non puo essere venduto o che non si ha tempo di smistare finisce nei bidoni blu. Un immenso centro Goodwill localizzato alla periferia della citta’ (nel mio caso Portland, OR). Un capannone enorme con immensi bidoni blu, rigorosamente allineati in file parallele con ogni tipo di oggetto all’interno. Ho deciso di farci un giro. Sono andato preparato, come da consiglio di Tim: cane in macchina, difesa personale in tasca, guanti e mascherina. Ai bidoni si raccoglie il meglio e il peggio della citta’: hipsters in cerca di un pezzo vintage e homeless alla ricerca di un indumento per superare l’inverno, casalinghe annoiate, hoarders, collezionisti di antiquariato, pazzi in generale, curiosi come me e cosi via. La maggior parte sono immigrati russi clandestini alla ricerca di qualcosa da rivendere per tirare a campare. All’interno dei bidoni si trova di tutto: ci si puo’ tagliare, si possono trovare escrementi e oggetti assurdi. Il tutto viene venduto a peso e quando vedi una bilancia alla cassa ti ritrovi a pensare utopisticamente ad un modello alternativo di produzione.  Non so se questo sistema esistera’ mai, ma quello di cui sono sicuro e’ che in questo contesto, in un economia mondiale in affanno, anche i bidoni blu hanno un loro ruolo: digeritori della produzione. Sono l’ultimo passo prima della discarica o come direbbe il mio amico Tim, sono una discarica un po’ piu’ “fancy”. La prossima volta che passate di qua, fatevi un giro ai bidoni, non ve ne pentirete.

Figli nati all’estero

August 23rd, 2011

Julian at the NICU

In passato, pensando ai figli nati all’estero, magari mentre studiavo diritto privato, mi immaginavo coppie in viaggio durante gli ultimi mesi e gravidanze premature. Non avevo mai pensato ad una situazione piu concreta.
Il dieci giugno dello scorso anno e’ nato mio figlio Julian Miles al St. Vincent di Portland, Oregon.

E’stata un esperienza bellissima in se, come per ogni padre. A questo si e’ aggiunto il fatto di essere lontano dalla mia famiglia e amici. Ore in videoconferenza skype per mostrare il piccolo dall’altra parte del mondo.
Ovviamente sono seguite decine di domande di amici riguardo alle differenze rispetto a quanto avviene in Italia.
Vi dico come stanno le cose: i neonati nascono qui negli USA allo stesso modo in cui nascono in Italia: che ci crediate oppure no, passano attraverso la stessa via, cosi come avviene da migliaia di anni :)

Julian oggi

La differenza sta nel sistema ospedaliero: partorire qui e’ come partorire in una bella clinica privata. Un infermiera a te riservata, camera stile albergo con divano per il futuro padre, menu alla carta e cose di questo tipo.
Purtroppo mio figlio ha deciso di venire al mondo piu presto del previsto e quindi e’ stato trattenuto nella NICU (terapia intensiva prenatale) per circa 10 giorni. Fattura arrivata a casa dopo questo soggiorno: circa 60.000 (sessantamila) dollari americani, di quelli verdi.

Per fortuna abbiamo una buona assicurazione sanitaria

La ricetta della focaccia genovese

May 25th, 2010
Focaccia genovese

Focaccia genovese

Da alcuni mesi preparo una focaccia che fa impazzire gli amici americani che frequentano casa mia.
Si tratta di una classica focaccia ligure, ben alveolata, croccante e… unta.
Ho seguito la ricetta del blog di Vittorio che potete trovare a questo link.

Per ovviare ai soliti problemi di traduzione, ho convertito le unita’ di misura e aggiustato:

1 cup of water at about 70f
4 tbs extra virgin olive oil
1 tbs salt
1 tbs of sugar (or honey)
2 and 3/4 cups of all purpose flour (00 better)
2 and 1/2 ts of dry yeast

Preparazione

Versare acqua, sale, olio e zucchero nella macchina impastatrice (altrimenti a mano sul banco).
Aggiungere meta’ della farina e mischiare per un paio di minuti.
Aggiungere il lievito che avrete sciolto in acqua tiepida con poca acqua*
Impastare per 15 min a velocita’ bassa (2 del Kitchen Aid).

Stendere sul baco e coprire. Lasciare riposare 10 minuti.

Oliare la taglia. Rinforzate l’impasto piegandolo una volta su se stesso. Posare l’impasto sulla teglia e ungere la parte superiore. Lasciare lievitare in forno spento con luce accesa per 1 ora circa, fino al raddoppio dell’impasto.

Stendere l’impasto per tutta la lunghezza della teglia senza ‘tirare”. Pressare energicamente per ottenere il risultato. Cospargere abbondantemente di sale e lasciare riposare per 30 minuti.
Versare circa 1/4 cup di acqua sulla focaccia e un po di olio. Schiacciare con entrambe le mani (con tutte le dita) in maniera energica e profonda per tutta la focaccia, in modo da creare i caratteristici buchi.

Lasciare lievitare in forno per 1 o 2 ore a seconda del clima.
Cuocere a 440f a media altezza per 20 minuti circa
Una volta sfornata spennellare di olio la parte superiore e far asciugare su un rack per biscotti.

* Aggiustare con farina l’acqua aggiunta per sciogliere il lievito. La relazione deve essere di 2 parti di farina per ogni due di acqua.

Buon appetito!

Il caffe’ giapponese negli USA

May 14th, 2010
The Blue Bottle

The Blue Bottle

Tempo fa leggevo un articolo sul NYT sulla famosa macchina da caffe’ da 20000 dollari.
Si tratta di una maniera di preparare il caffe’ che e’ stata inventata negli Stati Uniti ad inizio del secolo scorso e poi caduta nel dimenticatoio. Il caffe’ prodotto riesce a mantenere tutto l’aroma del caffe’, senza tostare ulteriormente la miscela. Si basa sostanzialmente su due ampolle, una inferiore contenente l’acqua da bollire, una superiore che contiene la miscela. L’acqua in ebollizione si sposta nell’ampolla superiore dove rimane per il tempo necessario all’infusione, per poi ricedere per gravita’.
I giapponesi hanno reinventato questo principio aggiungendo una lampada alogena come fonte di calore, rendendo il tutto piu’ fancy e costoso con un’ottima operazione di marketing.

Il Blue Bottle cafe’ di San Francisco e’ stato il primo ad importare la famosa macchina, poi seguito, ovviamente, da un paio di cafe’ di Portland. Ho provato il caffe’ da Barista, qui nel Pearl ed e’ effettivamente unico.
Ovviamente ho subito voluto una diavoleria simile a casa e dopo un paio di ricerche ho trovato una macchina a vacuum per circa $80 che e’ capace di produrre un caffe’ molto simile a quello che vendono per $11 al bar.

Sono ormai due settimane e sia la Pavoni a pompa, sia la macchina per il caffe’ americano stanno facendo la polvere. Provare per credere…

PS: chiedo scusa ma d’ora in poi ho seppellito le a’, e’, u’ in quanto nel mio nuovo Mac non ho la tastiera italiana.

Super bowl 2010

February 7th, 2010

Eccoci arrivati a quello che è forse l’evento sportivo più importante negli Stati Uniti. E non solo a livello sportivo: milioni di persone seguono l’evento solo per i famosi commercials e per abbuffarsi e bere birra in compagnia.

Il Super Bowl è un evento mediatico enorme. Mediamente il 92% delle case americane si sintonizza sull’evento e gli sponsor si fanno la guerra per spendere i milioni di dollari necessari ad apparire per un minuto, oltre a quelli già spesi per preparare il clip pubblicitario.

Supermercati, ristoranti e fast food hanno pronti menu speciali, rigorosamente to-go. Di quel 98% credo che solo una piccola percentuale sia realmente interessata all’evento sportivo. Io sono uno di quelli: mi piace il football, ma non seguo la stagione e sinceramente non ho ben chiare tutte le regole. Farò un salto da Burgerville a prendere lo speciale 10 cheesburger for 10 buks, inviteremo un paio di amici e magari sarà l’occasione per assaggiare la mia prima Northwest Ale che ho imbottigliato alcuni giorni fa.

L’importanza del fai da te

February 5th, 2010

Una cosa che impar velocemente qui negli Stati Uniti è quanto la cultura del fai da te, DIY (do it yourself) sia permeante.

Ogni buon cittadino americano, specialmente di sesso maschile e soprattutto se vive in zone non densamente popolate, deve saper fare e disfare per proprio conto. Non mi riferisco a imbiancare la sala o il bagno, ma a vere e proprie attività di carpenteria.

Devi possedere “i tools” e devi dimostrare di saperli usare. Devi essere in grado di costruirti un mobile, aggiungere una stanza alla tua abitazione, riparare il radiatore della macchina, rifare l’impianto elettrico della casa e così via.

Ci sono numerosi grandi magazzini specializzati, tipo i nostri Leroy Merlin, ma ovunque e giganti, oltre ovviamente alla vendita online. Home Depot, Lowe’s, Harbor Freight solo per citarne alcuni.

La sega a tavolo

La sega a tavolo

Mio malgrado ho dovuto imparare a costruirmi quello che mi serve da buo do it yourselfer. Mi sono comprato, timidamente, i primi attrezzi, per poi andare “sul pesante” con quello che è considerato il vero e proprio battesimo del DIY: la sega a tavolo.
Con questo aggeggio non si scherza: devi saperlo maneggiare con forza e delicatezza allo stesso momento, per non lasciarci le falangi e creare tagli perfetti. Devi poi sapere quello che stai facendo: Google Sketchup la fa da padrona nella progettazione dei tuoi comodini e mobiletti. Poi devi fare comunità, ti devi iscrivere al forum dei segatori da tavolo e scambiare pareri, opinioni sull’ultimo modello Bosh e pacche sulla spalla virtuali quando uploadi foto del tuo ultimo, riuscitissimo, progetto.

Anche questo è essere americani.

La birra in casa

January 14th, 2010
Homebrewing

Homebrewing

Da qualche mese mi sto dedicando alla riscoperta di alcune ricette della cucina italiana. E’ una specie di hobby che mi tiene occupate le serate dopo il lavoro, mi lega alla nostra patria e serve come background per alcuni progetti futuri, tra cui la nuova edizione dei corsi di italiano e cucina e l’opportunità di entrare nel business della ristorazione.

Quando ci si dedica anima e corpo alla cucina italiana, un solo comune denominatore unisce le ricette: il tentativo di utilizzare ingredienti il più possibile naturali. La presenza di numerosi esercizi che vendono prodotti organici certo aiuta, ma il “fai da te” non ha eguali. Ecco allora che si inizia a farsi la pasta in casa, la pizza senza comprare la pasta già lievitata, ecc.

In preda a deliri culinari ho iniziato a crearmi la mia pasta madre, o lievito madre, e, alla maniera americana, a farmi la birra in casa. L’homebrewing inizia a prendere piede anche in Italia, ma qui ha una diffusione enorme. Qui a Portland ci sono almeno una decina di negozi specializzati, oltre alle centinaia di negozi online che spesso offrono spedizione gratuita.
Farsi la birra in casa non è solo un passatempo o una maniera per risparmiare qualche centesimo, anzi!
Occorre acquistare l’attrezzatura, che spesso per chi ha impulsi compulsivi da hobby come me corrisponde ad una spesa pari al reddito nazionale di alcune piccole nazioni. Inoltre richiede molto tempo.
Ma il vantaggio è quello di potersi produrre una birra su misura, mischiando i 4 componenti essenziali, acqua, malto, luppolo  e lievito.  Si possono generare combinazioni infinite ed avere una bevanda senza conservanti, se non si considera l’effetto conservante del luppolo.
Inoltre è un mezzo come un altro per socializzare: ci sono forum e gruppi online, spesso con declinazione locale, i negozi organizzano corsi per birrai della domenica e cose del genere.
Personalmente sono quello che si definisce un hophead, cioé un degustatore per il quale la presenza e l’aroma di luppolo non è mai abbastanza. Nel mio primo lotto, una Northwest Pale Ale ho messo tantissimo luppolo… tra 6 settimane vi saprò dire.

E’ un hobby che consiglio a chiunque. Prosit

Commentate!

January 8th, 2010

Senza commenti un blog è inutile
Dopo pochi mesi dal lancio del blog inizio a ricevere numerose email e complimenti. Mi fa molto piacere sapere che il blog piaccia e che possa servire a qualcuno. Non scrivo molto, e spero di essere più prolifico in futuro, magari sulla scia dell’interesse che il blog sta suscitando.

Vi chiedo ancora una volta di cercare di commentare i post. E’ più bello rispetto allo scrivermi una mail: in questo modo anche gli altri lettori potranno leggere le mie risposte ed eventuali consigli.

Allego una breve conversazione avuta con un ragazzo di Siena negli scorsi giorni. Credo che la sua situazione e il tono della sua email sia simile alle tante che ricevo:

Sono un ragazzo 14enne che vive. Nella ripetitiva Siena .mi sono appassionato a portland guardando le partite dei trail blazers.mi piacerebbe trasferirmi negli US appena finita la laurea in lingue (unico progetto in cantiere per il mio futuro. In inglese sono molto bravo quindi non sarebbe un problema. Per quanto riguarda l ottenere la green card so gia tutto. Volevo sapere se secondo il tuo parere ho possibilitá nel futuro di lavorare A portland senza una specializzazione in qualcosa.ti prego di rispondermi,scrivendo anche qualche consiglio per realizzare il mio sogno.

Ciao Tommaso,
scusa se ti rispondo solo adesso.. Sono stato in Italia un mese e ho dovuto riprendere con la normale vita al rientro.
Siena! Bellissima! Mia moglie ha studiato a Siena all’università per stranieri. Ci siamo conosciuti online, poi ci siamo frequentati a Siena per un anno (io sono di Milano, quindi avanti e indietro con la macchina). Poi ci siamo trasferiti negli USA e ci siamo sposati.
Se non hai fretta le opportunità ci sono. Il momento economico non è dei migliori, ma si dovrebbe sistemare nell’arco di qualche anno.
Ci sono numerosi caffé italiani che sono sempre alla ricerca di personale, specialmente italiano. Il mio consiglio è di dedicarti alla ristorazione. Sembra banale, ma è spesso il punto di partenza per noi italiani.
Inizia a lavorare in Italia come “paninaro” in qualche Bar, un panettiere, come aiuto in un ristorante. Fatti un po di esperienza da rivendere poi qui. Portland è essenzialmente una città basata sulla ristorazione, quindi avrai molte opportunità
Buona fortuna

La patente negli USA

November 17th, 2009

Finalmente mi sono deciso a fare la patente. Sino ad ora ho viaggiato con una machina in leasing con la patente italiana senza problemi.

Il leasing è scaduto, ho comprato una nuova macchina intestata a me e l’assicurazione mi ha chiesto $80 al mese in più sulla polizza per una patente internazionale. A differenza che in Italia, sulla polizza di assicurazione vanno indicati tutti i guidatori abituali, per esempio marito e moglie. Puoi ovviamente prestare la macchina ad altri.

La motorizzazione

La motorizzazione

Sono andato all’ufficio DMV della mia zona a prendere il libretto per studiare (rigorosamente di carta reciclata) e ho iniziato a studiare, più che altro le differenze rispetto al nostro CDS. Successivamente mi presento, da buon italiano, per “prenotare” l’esame scritto. Non si fa così: puoi andare quando vuoi e sostenere il test con un touch screen. L’esame della vista te lo fanno over the counter con una specie di macchina che assomiglia ad un microscopio. Ho fatto il test in maniera impeccabile e ho prenotato (questa volta si prenota!) il test drive. Ho fallito il test drive perché non avevo il tagliando dell’assicurazione con me, mea culpa.

Quindi ho riprenotato per settimana prossima. Quello che mi ha stupito è il costo qui in Oregon: 5 dollari per lo “scritto” e 9 per la prova di guida. A questo va solo aggiunto una cinquantina di dollari per il documento vero e proprio. Forse per questo non ho mai visto una scuola guida.

Alberta Street non è Porta Romana

August 23rd, 2009

E’ una domenica mattina di quelle “lazy”. Ieri un appuntamento di lavoro nello stato di Washinghton per forse quella che sarà la mia prima partecipazione in una corporation. Poi bbq con amici e colleghi di mia moglie nel Sw di Portland.
Oggi è previsto solo un lento annoiarsi, navigare al pc, prendersi cura degli acquari e magari una birra fuori prima di cena.

In questo lento galleggiare e rispondendo ad alcuni contatti che inizio ad ottenere dal blog, ho trovato questo articolo che paragona Milano a Portland.
I paragoni di questo genere lasciano sempre il tempo che trovano, spesso sono pieni di stereotipi. Ma questo articolo in particolare mi è piaciuto molto.
Sono di Milano e vivo a Portland, Oregon. Questo articolo parla delle mie due città ed scritto bene, coglie il senso di cosa siamo qui, abitanti weird di Portland. Strano, weird, va tradotto non con diverso, ma con “diverso approccio”. Prima di intraprendere qualunque azione, dalla più importante alla più irrisoria, i tatuati abitanti di Portland hanno sviluppato un senso critico che li porta inesorabilmente ad essere creativi e originali.
Se questo significa essere strani… voglio essere un freak.

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